Gabriella, or gender nonconformity revealed

Q: How did you become aware you had a different sexual orientation or gender identity?

A: Well, it wasn’t that hard.

At three I walked past the gates of my nursery school for the first time and saw the girls and the boys. They looked so different to me, and I thought ‘Who am I going to play with now?’ I went back home and asked my grandmother for a doll (which would shortly afterwards become the first victim of innumerable and unforgiven doll kidnappings) to go and play with the girls – I was incredibly popular among them, a true Princess and heartbreaker.

When I was five I used to spend my days planning extravagant fashion shows using towels and scarves I would find at home. My favourite act was ‘the Bride’. Total white, très chic.

At six I would jump all around on the sitting room sofas twittering to the astonishment of casual guests: ‘Oh, please, call me Gabriella, Gabriella!’ An inexorable doll by my side – Maria, my Caribbean doll.

I was a tall, skinny boy with matchstick legs, pale, freckled skin and shiny black hair trimmed in a bowl haircut. But I liked my name that way, Gabriella.

Parigi e non Parigi

Quando ero alla scuola elementare la maestra un giorno ci diede come compito quello di inventare un fumetto.
Il mio fumetto raccontava una storia molto semplice.

Ci sono la Tour Eiffel e il Big Ben nelle loro rispettive città, Parigi e Londra. Sono entrambi scontenti della loro vita e annoiati dal vedere le stesse cose ogni giorno. Così, un giorno, sapendo della reciproca esistenza, decidono di scambiarsi di posto. La tour Eiffel lascia Parigi per Londra, mentre il Big Ben va a Parigi. All’inizio tutto sembra meraviglioso, una nuova città, nuovi paesaggi, nuovi orizzonti, visi mai visti prima. L’eccitazione dell’avventura e della novità, tuttavia, svanisce presto: entrambi si accorgono di essere circondati da persone curiose e cordiali che purtroppo parlano una lingua diversa da quella che loro conoscono. ‘Bonjour!’ dicono i parigini al Big Ben; ‘Good Morning!’, i londinesi alla Tour Eiffel. Di lì a poco, l’entusiasmo dei due monumenti-viaggiatori si spegne: non conoscono la lingua di chi sta intorno a loro, non hanno modo di esprimersi, né voce, e vengono sopraffatti da un immenso senso di solitudine. E si ritrovano a pensare che, forse, Londra e Parigi non erano poi tanto male.

Ricordo di aver inventato la storia in poco tempo, di aver disegnato e scritto i dialoghi con impegno. Non sono mai stata molto brava a colorare, però; in questo mi hanno aiutata i compagni del mio gruppo.

Oggi mi accorgo di quanto di me ci sia in questa breve storia: l’amore per le lingue straniere, per i viaggi, per Londra (e per Parigi, la mia città fantastica sin dall’infanzia, per i viaggi immaginari e i giochi con la zia). La passione per la conoscenza, che mi ha sempre ispirata a migliorarmi senza sosta. E sempre mi rammenta di quanto ancora ci sia da fare. Ma, al tempo stesso, quel senso di enorme straniamento che mi ha accompagnata ogni giorno, da quando ho memoria. Una Tour Eiffel bambina in riva al Tamigi. Incomprensibile quando apre bocca, ridicola e goffa, oggetto di una curiosità crudele; incapace di capire cosa davvero vogliono dire (e vogliono da me) gli altri.

L’unico dettaglio che distingue me dai miei mastodontici eroi, forse, è che io non ho la nostalgia di un passato migliore cui guardare, ma ho sempre lo sguardo dritto davanti a me, in attesa di nuove scoperte. L’eterna ricerca è quello che ci accomuna. Chissà cosa sarebbe accaduto se, nel mio fumetto, invece di rimpiangere le rispettive città, i due monumenti-simboli avessero deciso di rifare la valigia alla volta di nuovi paesi.

[…] E poi sarà la volta di non so ancora cosa. Quel che so ora è che l’aver trovato linguaggi affini mi ha aiutata moltissimo a lasciarmi alle spalle seppur per qualche momento quell’insopprimibile senso di inadeguatezza, difficile da raccontare, ma sempre vivo nella memoria.

Sostengo il ddl405 (II)

Sono nata a Milano ventisei anni fa. Un bambino, maschio. O così almeno sosteneva il dottore che mi visitò appena nata. Ma la mia non è una storia di disforia. Come mia madre mi racconta spesso, appena nata continuavo fissare ostinata quel pediatra che mi girava e rigirava per svolgere gli accertamenti di rito, tanto che, finita la visita, il dottore si lasciò sfuggire: “Devo farvi i miei auguri, signori, questo bambino darà filo da torcere”. E così è stato: la mia non è una storia di disforia, ma di libertà e di lotta, di dignità e amore, seppur attraverso il dolore. Sono stata amatissima dai miei genitori, sempre divisi, loro malgrado, tra il desiderio di lasciarmi libera di esprimermi e il peso del giudizio degli altri, che trovavano scandaloso avere un figlio che “faceva la femmina” e lasciarglielo pure fare. Con loro ho vissuto serena, sapendo che ero meritevole di affetto come chiunque altro, pur essendo diversa, e questo mi ha resa la persona decisa che sono oggi. Il loro amore mi ha salvata dall’odio di me, dal vedermi sbagliata, portatrice di una “malattia”, dal desiderio di autodistruzione – che tuttavia, quasi inevitabilmente, per me come per tant* di noi, sono arrivati.

La vera malattia l’ho conosciuta nella compulsione dei miei coetanei a umiliarmi, demonizzare la mia differenza con scherzi crudeli, botte, violenze psicologiche, e nella complicità indulgente di adulti ed educatori. Il confronto con il mondo esterno era un dramma costante, che mi aveva gradualmente emarginata, irreparabilmente convinta che, per “quelli come me”, non ci fosse posto a questo mondo. Il dolore mi aveva divisa da me stessa, incapace di trovare le parole per raccontare chi ero, come mi sentivo, percepivo una rottura dentro di me. Come era possibile che la mia famiglia mi avesse amata tanto, se non ero che un fallimento, meritevole solo di scherno e umiliazione?

Mi ci sono voluti venticinque anni per guardare indietro e scoprire con meraviglia che, in realtà, non vedo nessuna rottura, ma una irriducibile continuità nella mia esistenza, che mi è stata restituita dalla mia scelta di affermare la mia identità. Quando a cinque anni pensavo al mio futuro da adulta, vedevo su per giù quella che sono ora (magari un po’ più sorridente), non certo quello che gli altri pensavano che avrei dovutoessere. Grazie all’educazione libera e amorevole che ho avuto in famiglia, non ho mai pensato che essere nata con certi genitali riassumesse e preordinasse in qualunque modo quella lunga serie di aspettative e norme che invece la società, presto o tardi, impone su tutti noi. Aspettative su chi dovremmo essere, cosa dovremmo fare nella vita, quali i ruoli a noi concessi, il linguaggio e le forme di espressione giuste per noi. Del resto, che cosa hanno mai saputo gli altri di chi ero io, cosa sentivo e desideravo per me? Alla fine, pur tra le violenze, la sofferenza della negazione e la gioia della scoperta di me, ce l’ho fatta, ho vinto le forze che volevano distruggere la mia verità del mio essere, espropriarmi di me stessa per obbedire a dettami che non ho mai sentito miei.

E, quando si arriva qui, ci si rende conto di quanto sia spontaneo, in realtà, essere noi stessi, di quanto lotta e sofferenza risiedano tutte nel combattere contro un modo che non comprende e non accetta. Per questo mi chiedo, e chiedo a tutti, perché, dopo queste lotte e conquiste, uno Stato dovrebbe negarmi la possibilità di vivere la continuità della mia vita, senza dover forzatamente dare spiegazioni ogni qual volta mostro il mio documento di identità? Perché dovrei essere obbligata a giustificare, scusare quasi, la mia esistenza agli occhi degli altri, quando per me non c’è niente di più sincero e giusto di ciò che vivo quotidianamente? Perché la mia identità deve essere violata ogni volta che qualcuno legge, scrive, chiama a voce alta un nome che non è mio, mentre io mi vedo costretta ad assicurare che non c’è errore, non c’è inganno, e tentare, spesso invano, di ristabilire in chi ho di fronte una fiducia ormai sbriciolata dal pregiudizio? E, dall’altra parte, perché, per porre fine a tutto questo, dovrei essere costretta a subire interventi chirurgici di cui non sento l’esigenza, volti unicamente a cancellare la mia individualità e omologarla a un modello imperante binario, sessita e genderista? Sono stanca di vedere la mia esperienza, insieme a quella di tante altre persone come me, messa a tacere e stigmatizzata, oppure strumentalizzata per scopi che non hanno niente a che vedere con il riconoscimento e la dignità delle persone trans*.

Ricordando le parole di un’amica molto cara, una delle persone più brillanti che abbia avuto l’immenso dono di conoscere, mi sento di poter dire che sogno una società in cui ognuno di noi sia libero di scegliere chi vuole essere, come vuole esserlo, e le persone che vuole amare, senza dover rendere nessuna giustificazione per le proprie scelte. Questo per me è vivere dignitosamente. E per questo ho firmato la petizione, e ho chiesto ai miei cari e ai miei colleghi di farlo insieme a me.

Per firmare la petizione a sostegno del ddl405: https://www.change.org/it/petizioni/per-l-approvazione-di-una-legge-che-tuteli-le-persone-transessuali?lang=it

Per sapere di più sul contenuto del disegno di legge 405:
Blog: http://disegnodilegge405.blogspot.it
Facebook: http://www.facebook.com/ddl405
Twitter: http://twitter.com/ddl405

Late conversations on Tomboy

I’m not surprised in the least that such a film might be considered troublesome, even more than other openly “political” or militant films. It is the truthfulness of its story, that reaches beyond any superimposed ideology of gender/sexuality, that makes it so dangerous; a sheer narrative, free from mystification, of what might be anyone’s childhood, with its endless experiments, its desires and ambitions regularly censored by adults, its need to “fit in” through cherished games and pastimes. All these aspects of childhood merely shown for what they are, in their beauty, complexity and sometimes even their contradictions. This why I think critics of the film who reclaim it as an “identity politics” story, trying to determibe who or what Laure/Mikaël is, might be or would become as an adult, completely miss the point. And this film is most dangerous precisely because of its blithe disregard of any form of identity politics, in that it suggests that our identities are fluid – and are validated both through what we feel “inside” of us and through the recognition we get from others. This fluidity, I believe, is what most unsettles certain heterosexist premises that aim to convince people that identity is monolithic, immutable, preordained and suggesting the contrary is perversion, sin, aberration… epithets vary according to the censor’s ideology. In truth, these heterosexist premises push people to give up their individuality and conform to expectations (from holding certain beliefs to buying certain products), stop wondering and asking questions, giving up to others the power to decide who we are, and who we wish to be.