Parigi e non Parigi

Quando ero alla scuola elementare la maestra un giorno ci diede come compito quello di inventare un fumetto.
Il mio fumetto raccontava una storia molto semplice.

Ci sono la Tour Eiffel e il Big Ben nelle loro rispettive città, Parigi e Londra. Sono entrambi scontenti della loro vita e annoiati dal vedere le stesse cose ogni giorno. Così, un giorno, sapendo della reciproca esistenza, decidono di scambiarsi di posto. La tour Eiffel lascia Parigi per Londra, mentre il Big Ben va a Parigi. All’inizio tutto sembra meraviglioso, una nuova città, nuovi paesaggi, nuovi orizzonti, visi mai visti prima. L’eccitazione dell’avventura e della novità, tuttavia, svanisce presto: entrambi si accorgono di essere circondati da persone curiose e cordiali che purtroppo parlano una lingua diversa da quella che loro conoscono. ‘Bonjour!’ dicono i parigini al Big Ben; ‘Good Morning!’, i londinesi alla Tour Eiffel. Di lì a poco, l’entusiasmo dei due monumenti-viaggiatori si spegne: non conoscono la lingua di chi sta intorno a loro, non hanno modo di esprimersi, né voce, e vengono sopraffatti da un immenso senso di solitudine. E si ritrovano a pensare che, forse, Londra e Parigi non erano poi tanto male.

Ricordo di aver inventato la storia in poco tempo, di aver disegnato e scritto i dialoghi con impegno. Non sono mai stata molto brava a colorare, però; in questo mi hanno aiutata i compagni del mio gruppo.

Oggi mi accorgo di quanto di me ci sia in questa breve storia: l’amore per le lingue straniere, per i viaggi, per Londra (e per Parigi, la mia città fantastica sin dall’infanzia, per i viaggi immaginari e i giochi con la zia). La passione per la conoscenza, che mi ha sempre ispirata a migliorarmi senza sosta. E sempre mi rammenta di quanto ancora ci sia da fare. Ma, al tempo stesso, quel senso di enorme straniamento che mi ha accompagnata ogni giorno, da quando ho memoria. Una Tour Eiffel bambina in riva al Tamigi. Incomprensibile quando apre bocca, ridicola e goffa, oggetto di una curiosità crudele; incapace di capire cosa davvero vogliono dire (e vogliono da me) gli altri.

L’unico dettaglio che distingue me dai miei mastodontici eroi, forse, è che io non ho la nostalgia di un passato migliore cui guardare, ma ho sempre lo sguardo dritto davanti a me, in attesa di nuove scoperte. L’eterna ricerca è quello che ci accomuna. Chissà cosa sarebbe accaduto se, nel mio fumetto, invece di rimpiangere le rispettive città, i due monumenti-simboli avessero deciso di rifare la valigia alla volta di nuovi paesi.

[…] E poi sarà la volta di non so ancora cosa. Quel che so ora è che l’aver trovato linguaggi affini mi ha aiutata moltissimo a lasciarmi alle spalle seppur per qualche momento quell’insopprimibile senso di inadeguatezza, difficile da raccontare, ma sempre vivo nella memoria.

Sostengo il ddl405 (II)

Sono nata a Milano ventisei anni fa. Un bambino, maschio. O così almeno sosteneva il dottore che mi visitò appena nata. Ma la mia non è una storia di disforia. Come mia madre mi racconta spesso, appena nata continuavo fissare ostinata quel pediatra che mi girava e rigirava per svolgere gli accertamenti di rito, tanto che, finita la visita, il dottore si lasciò sfuggire: “Devo farvi i miei auguri, signori, questo bambino darà filo da torcere”. E così è stato: la mia non è una storia di disforia, ma di libertà e di lotta, di dignità e amore, seppur attraverso il dolore. Sono stata amatissima dai miei genitori, sempre divisi, loro malgrado, tra il desiderio di lasciarmi libera di esprimermi e il peso del giudizio degli altri, che trovavano scandaloso avere un figlio che “faceva la femmina” e lasciarglielo pure fare. Con loro ho vissuto serena, sapendo che ero meritevole di affetto come chiunque altro, pur essendo diversa, e questo mi ha resa la persona decisa che sono oggi. Il loro amore mi ha salvata dall’odio di me, dal vedermi sbagliata, portatrice di una “malattia”, dal desiderio di autodistruzione – che tuttavia, quasi inevitabilmente, per me come per tant* di noi, sono arrivati.

La vera malattia l’ho conosciuta nella compulsione dei miei coetanei a umiliarmi, demonizzare la mia differenza con scherzi crudeli, botte, violenze psicologiche, e nella complicità indulgente di adulti ed educatori. Il confronto con il mondo esterno era un dramma costante, che mi aveva gradualmente emarginata, irreparabilmente convinta che, per “quelli come me”, non ci fosse posto a questo mondo. Il dolore mi aveva divisa da me stessa, incapace di trovare le parole per raccontare chi ero, come mi sentivo, percepivo una rottura dentro di me. Come era possibile che la mia famiglia mi avesse amata tanto, se non ero che un fallimento, meritevole solo di scherno e umiliazione?

Mi ci sono voluti venticinque anni per guardare indietro e scoprire con meraviglia che, in realtà, non vedo nessuna rottura, ma una irriducibile continuità nella mia esistenza, che mi è stata restituita dalla mia scelta di affermare la mia identità. Quando a cinque anni pensavo al mio futuro da adulta, vedevo su per giù quella che sono ora (magari un po’ più sorridente), non certo quello che gli altri pensavano che avrei dovutoessere. Grazie all’educazione libera e amorevole che ho avuto in famiglia, non ho mai pensato che essere nata con certi genitali riassumesse e preordinasse in qualunque modo quella lunga serie di aspettative e norme che invece la società, presto o tardi, impone su tutti noi. Aspettative su chi dovremmo essere, cosa dovremmo fare nella vita, quali i ruoli a noi concessi, il linguaggio e le forme di espressione giuste per noi. Del resto, che cosa hanno mai saputo gli altri di chi ero io, cosa sentivo e desideravo per me? Alla fine, pur tra le violenze, la sofferenza della negazione e la gioia della scoperta di me, ce l’ho fatta, ho vinto le forze che volevano distruggere la mia verità del mio essere, espropriarmi di me stessa per obbedire a dettami che non ho mai sentito miei.

E, quando si arriva qui, ci si rende conto di quanto sia spontaneo, in realtà, essere noi stessi, di quanto lotta e sofferenza risiedano tutte nel combattere contro un modo che non comprende e non accetta. Per questo mi chiedo, e chiedo a tutti, perché, dopo queste lotte e conquiste, uno Stato dovrebbe negarmi la possibilità di vivere la continuità della mia vita, senza dover forzatamente dare spiegazioni ogni qual volta mostro il mio documento di identità? Perché dovrei essere obbligata a giustificare, scusare quasi, la mia esistenza agli occhi degli altri, quando per me non c’è niente di più sincero e giusto di ciò che vivo quotidianamente? Perché la mia identità deve essere violata ogni volta che qualcuno legge, scrive, chiama a voce alta un nome che non è mio, mentre io mi vedo costretta ad assicurare che non c’è errore, non c’è inganno, e tentare, spesso invano, di ristabilire in chi ho di fronte una fiducia ormai sbriciolata dal pregiudizio? E, dall’altra parte, perché, per porre fine a tutto questo, dovrei essere costretta a subire interventi chirurgici di cui non sento l’esigenza, volti unicamente a cancellare la mia individualità e omologarla a un modello imperante binario, sessita e genderista? Sono stanca di vedere la mia esperienza, insieme a quella di tante altre persone come me, messa a tacere e stigmatizzata, oppure strumentalizzata per scopi che non hanno niente a che vedere con il riconoscimento e la dignità delle persone trans*.

Ricordando le parole di un’amica molto cara, una delle persone più brillanti che abbia avuto l’immenso dono di conoscere, mi sento di poter dire che sogno una società in cui ognuno di noi sia libero di scegliere chi vuole essere, come vuole esserlo, e le persone che vuole amare, senza dover rendere nessuna giustificazione per le proprie scelte. Questo per me è vivere dignitosamente. E per questo ho firmato la petizione, e ho chiesto ai miei cari e ai miei colleghi di farlo insieme a me.

Per firmare la petizione a sostegno del ddl405: https://www.change.org/it/petizioni/per-l-approvazione-di-una-legge-che-tuteli-le-persone-transessuali?lang=it

Per sapere di più sul contenuto del disegno di legge 405:
Blog: http://disegnodilegge405.blogspot.it
Facebook: http://www.facebook.com/ddl405
Twitter: http://twitter.com/ddl405

Sostengo il #ddl405 (I)

Mi chiamo Gabriella e ho 26 anni. Ho deciso di raccontare alcune cose di me e condividere alcuni pensieri per esprimere il mio sostegno al disegno di legge 405.

Sono nata e cresciuta a Milano, ma da diverso tempo vivo, studio e lavoro a Londra. Qui nel Regno Unito le cose funzionano diversamente in materia di riattribuzione anagrafica di genere e nome. Secondo la legge attuale è possibile, dopo due anni di vita “in transizione” (che deve essere debitamente certificata), fare domanda per ottenere una rettifica del proprio nome e genere, senza la necessità di sottoporsi a interventi di sterilizzazione chirurgica. Non essendo ancora cittadina inglese, tuttavia, i benefici di questa legislazione mi sono preclusi. Nonostante questo, e forse proprio per questo, ciò che non ha mancato di colpirmi è la radicale differenza culturale del paese che mi ha accolta, che si è presto manifestata nella quotidianità della mia vita. Anche con documenti non conformi all’identità in cui vivo, ho la grande fortuna di poter condurre una vita serena, frequento l’università senza problemi, vivo insieme a persone aperte e rispettose, e ho trovato lavoro con altrettanta facilità. Raramente, e mai a livello istituzionale, sento di essere stata discriminata in quanto trans*. Con i miei colleghi in università, e con diverse persone che fanno parte della mia vita, ho condiviso con naturalezza questo aspetto importante di me, e nessuno ha mai manifestato atteggiamenti discriminatori e ostili o, dall’altra parte, esternato certe considerazioni buoniste e paternalistiche fin troppo familiari a tante persone trans* – che altro non sono se non la versione ipocrita della censura diretta. Per loro, io sono semplicemente io, così come sono, pari in dignità e diritti, lodata per i miei meriti e incoraggiata a migliorare quando sbaglio. Questa sensazione di parità, di rispetto della mia differenza come qualcosa che non va demonizzato né imprigionato in uno stereotipo pietista, ma che fa parte della vita di tante persone, è ciò che mi rende più serena e mi fa sentire più accettata.

La mia vita di adesso, purtroppo, è molto diversa da quella che vivevo prima di trasferirmi. Lasciando l’Italia ho lasciato, mio malgrado, un paese di cui non sono mai riuscita a sentirmi parte, che mi ha cresciuta con un senso di continua e insopprimibile inadeguatezza, causandomi enorme sofferenza. Durante gli studi e la ricerca di lavoro dopo la laurea ho avuto tanti momenti di sconforto, ora per la totale mancanza di empatia o comprensione, ora per l’attenzione morbosa che mi veniva riservata, oppure, come penso sia capitato a tant* altr*, per la delusione di non essere valutata per le mie competenze, la frustrazione di non essere presa sul serio, l’umiliazione dell’ennesimo rifiuto alla vista di quel documento, che improvvisamente offuscava tutte le mie qualità. Mi sono trovata prigioniera di diverse forme di discriminazione, che nella nostra cultura si intrecciano e legittimano a vicenda: dal sessismo di una società ancora profondamente patriarcale, di cui molte donne trans* sono ugualmente vittima, alla transfobia di un sistema eterosessista e binario che vuole i generi due, opposti, immutabili e preordinati sulla base dell’anatomia genitale con cui si nasce (e quando con quella anatomia non si nasce, la si può sempre imporre con chirurgie di “normalizzazione”). Ho vissuto sulla mia pelle questo male sociale di proporzioni smisurate, che demonizza ogni varianza sotto l’egida di una presunta “normalità” a cui tutti – nessuno escluso – sono spinti ad aderire con grande sofferenza emotiva, fisica e psicologica.

Credo nel ddl 405 come un primo, decisivo passo nel contrastare questa violenza strutturale della nostra cultura, fatta di varie forme di oppressione e discriminazione, che gravano in maniera insostenibile sul benessere delle persone trans*. Questo disegno di legge, per me, è uno strumento per dare voce a una comunità marginalizzata e stigmatizzata, sovvertire decenni di silenzio impostoci da istituzioni mediche e legislative che, in forza di un’ideologia eteronormativa e sessista, hanno scritto per noi una storia che non ci appartiene, cancellando le nostre vite. Questo disegno di legge è, per me, uno strumento di contestazione.

Contesto la patologizzazione delle persone trans* e di ogni individuo che esibisca una forma di varianza di genere/sessuale fisica, psicologica, emotiva che sia, perché obbedisce a una norma imperante priva di un qualunque giustificazione etica. Contesto la fonte che legittima questa patologizzazione, ovvero una cultura che spaccia un organo genitale per l’identità di un individuo, che rende, anzi, l’anatomia genitale l’unica e definitiva dimensione dell’identità, attorno alla quale si costruiscono e si naturalizzano aspettative, comportamenti, ruoli che passano dall’essere descrittivi di una realtà vissuta all’essere prescrittivi di come si deve vivere. Maschio o femmina equivale a uomo o donna. E non solo. La cultura ci insegna anche come essere uomo o donna. Senza scampo, senza spazio per l’unicità dell’esperienza individuale. E, assieme alla prescrizione di come si devevivere da uomo o da donna, di cosa è proprio e lecito per un genere e non per l’altro, la cultura legittima ogni forma di punizione e violenza nei confronti di chi, in questo sistema normativo, non trova posto, non si conforma, perché non può e non vuole. Ma questa cultura può, e deve essere, cambiata. Non solo per restituire dignità alle persone trans*, ma per iniziare, seppur timidamente, un più vasto e ambizioso progetto di liberazione di ciascuno di noi.

Contesto questa violenza patologizzante, di sapore cattolico-moralista, che punisce la differenza considerando conquistata un’identità soltanto a seguito di interventi (fin troppo spesso si parla di un generico e unico “intervento”, ben lontano dalla realtà delle cose) dolorosi, invasivi e, nella sensibilità di tant*, mutilanti. Contesto la perversità di pensiero che sottende a questa imposizione, per cui la sterilizzazione chirurgica è il prezzo che dobbiamo pagare per la nostra devianza, per l’essere sbagliat* di fronte a una “norma naturale”, mentre il riconoscimento legale dell’identità in cui viviamo ci è magnanimamente concesso come premio di consolazione per essere stati neutralizzati. Contesto la voce dominante che racconta le nostre vite come disforiche, disfunzionali, luoghi di buio, confusione e tristezza a causa della nostra differenza. E, insieme a questa voce, la presunzione che la nostra sola prospettiva di felicità sia la normalizzazione all’interno di un sistema binario, che riafferma con forza, attraverso la manipolazione forzata dei nostri corpi, che la nostra identità è “autentica” solo se legittimata dall’anatomia dei nostri genitali – che, nello stesso paradigma binario e normativo, è l’unica strategia lecita per relegarci a certe prerogative sessuali che sono lo specchio di un più ampio e pervasivo sistema di dominio sociale e culturale.

Contesto l’invadenza di uno Stato e di una legge che strumentalizzano la sofferenza delle persone trans* per affermare il proprio stato di diritto, che letteralmente si insinuano nelle nostre mutande pretendendo di disciplinare una delle sfere più intime e delicate di ciascuno di noi, la nostra vita affettiva e sessuale (e non è certo l’unico esempio di questa invadenza patriarcale e moraleggiante, basta guardare alle controversie suscitate ancora oggi dalla legge 40).

Sono convinta che le persone trans* non facciano altro che rendere esplicite tutte queste operazioni normative che le istituzioni impongono a ognuno di noi. Perciò credo sia il momento giusto per contestare tutto questo, e credo che proprio le persone trans* abbiano la forza e il coraggio di iniziare questa battaglia, per le sofferenze e le discriminazioni che siamo abituat* ad affrontare ogni giorno. Attraverso questo disegno di legge, la nostra voce può iniziare a farsi udibile nel contestare questa violenza strutturale e risvegliare una società pigra e cieca nei confronti delle imposizioni che opprimono ciascuno di noi e ci tolgono la libertà di scegliere, di amare, di vivere.

Per firmare la petizione a sostegno del ddl405: https://www.change.org/it/petizioni/per-l-approvazione-di-una-legge-che-tuteli-le-persone-transessuali?lang=it

Per sapere di più sul contenuto del disegno di legge 405:
Blog: http://disegnodilegge405.blogspot.it
Facebook: http://www.facebook.com/ddl405
Twitter: http://twitter.com/ddl405

Non sarai orgogliosa di essere donna, è peccato contro la volontà del tuo Creatore

Essere donna è meraviglioso; ma ogni uomo, in cuor suo, ringrazia devotamente il Signore di non esserlo – Olive Schreiner

 

In questi giorni ci sono poche ragioni per gioire di essere donna. Piuttosto sono giorni di amara costernazione, in cui siamo costretti a testimoniare il nauseante trionfo della solita accoppiata vincente di maschilismo (machismo) e omofobia, quest’ultima nella sua forma ancora più strisciante e insidiosa, l’eterosessualità compulsiva. Perché, diciamocelo, è naturale che quando un uomo degno di tale nome (quello che Dio ha creato prima dei due, insomma, avendo più argilla gli era venuto indubbiamente meglio*) si vede passare di fronte una bella ragazza in minigonna desideri sfogare i propri impulsi sessuali su di lei. Non è contemplata l’esistenza di uomini in grado di filtrare i propri istinti attraverso l’esercizio della ragione, l’alternativa è unicamente la taccia di “frocio”, come ricorda bene Don Corsi.

E poi, intendiamoci, di cosa vanno lamentandosi queste donne senza vergogna, che si laureano, ambiscono a un lavoro e pretendono un’indipendenza economica, fanno figli sempre più tardi, vanno in giro scollate, insomma, queste donne che provocano. Chiediamolo un po’ all’esimio signor Bruno Volpe. Mi sembra comprensibile che un uomo, costretto a subire la negligenza tracotante della sua donna, che non lava più i piatti, non spazza più il pavimento, non rifà più i letti la mattina e si sottrae a tutti i suoi obblighi naturali, senta crescere in sé una rabbia che presto o tardi sfocia in qualche cazzotto ben meritato – quando non una coltellata. Su, ammettiamolo, fa parte dell’ordine delle cose che a queste donne arroganti, prima o poi, si debba ricordare chi comanda davvero. E’ naturale, o no?

Come se l’uomo non fosse dotato di intelletto e ragione (che Kant mi perdoni).

Come se un uomo non avesse mani per badare alla casa o energie per seguire i figli.

Come se qualunque espressione individuale della donna fosse unicamente finalizzata ad attrarre (o respingere) l’attenzione maschile. Perché la donna esiste in relazione alla sua disponibilità verso l’uomo. Disponibilità che, se non è spontanea, è giusto sia pretesa con ogni mezzo.

Come se avere un pene sancisse il diritto a essere serviti, a un’evoluzione intellettuale, all’autoaffermazione e alla competizione per la supremazia. E per contro l’assenza di pene squalificasse ogni aspirazione individuale.

Non scandalizziamoci, poi, se gli uomini di questo paese sono costretti in uno stato di abbrutimento perenne, insondabile, irremovibile. Ma l’errore originale è nell’educazione. E in questa, sì, hanno una grande responsabilità – tanto per cambiare – le donne, le madri che sono spesso le prime a “dare un sesso” all’educazione dei figli, a distribuire privilegi e obblighi a seconda della conformazione anatomica genitale dei figli.

 

* Breve appendice genesica: Dio creò prima l’uomo e poi la donna. Avendo una quantità limitata di argilla, ha dovuto dividerla un po’ per uno e un po’ per l’altra. Va da sé che, cimentandosi prima con l’uomo, non abbia badato a risparmiare, voleva venisse bene. Fu così che per fare la donna gli restò meno argilla, e una dimostrazione incontrovertibile di questa mancanza sono i genitali femminili, chiaro segno di economia di materiali. Una volta creato il corpo della donna in tutte le sue parti, gli restava un tantino di argilla con cui avrebbe potuto riempire il cranio della donna come aveva fatto con l’uomo. Ora, trattandosi di Dio (e non di Dea), cosa pensate sia accaduto? Eva nacque maggiorata.

Neurasthenia /ˌnjʊərəsˈθiːnɪə/

Oggi ho deciso che non sopporto chi:

– Parla senza cognizione di causa.
Che si suddivide nei seguenti, deplorevoli gruppi:

– – Chi è totalmente, o in buona parte, ignorante riguardo a un argomento, ma si premura di sentenziarvi a riguardo con la loquacità di una garrula lodoletta di bosco.

– – Chi ha un ego (o in alternativa una sindrome narcisistica) tanto spropositato – ma non ne è consapevole e, anzi, si crede umile e di mentalità aperta, questo è l’aspetto più grave – da assumere per verità incontrovertibili le proprie convinzioni personalissime, potenziale frutto di scarsa informazione e lasche misconceptions.

– – Chi bercia, soprattutto sul web, dando libero sfogo al lato più triste, miserando e gretto di sé perché nella vita reale si lascia pulire le scarpe sul completino nuovo pressoché da tutti quelli che incontra – salvo poi qualche birichina erezione se a pulirsi sul completino misura standard sono un paio di tacchi a spillo. Questi soggetti, spesso condizionati da una vaga bipolarità nei loro processi mentali, sono i più pericolosi e deleteri. Urlano e insultano protetti dall’abbraccio impersonale e rassicurante – che tristezza – di un ammasso di algoritmi sequenziali. In persona paiono docili (si legga vermiformemente smidollati) come morbidi agnellini, dal vello 100% sintetico “made in Bangladesh”.

– Chi si sente arrivato perché, a ogni occasione, sciorina un sapere marmoreo e libresco, figlio di dogmi interiorizzati e ripetuti almeno tante volte quante il 5 maggio in 5^ elementare. Conoscere senza giudicare è peccato, e resta quasi sempre sullo stomaco, lo sanno tutti.
Questi individui si sentono depositari di un sapere che non appartiene loro, e non perdono occasione per far notare al prossimo loro la loro squallida erudizione. Ne sono anche consapevolmente orgogliosi. Ma, del resto…
Salvo poi confrontarsi con realtà che non conoscono, e in queste dimostrare con una goffaggine vagamente pirandelliana la loro giurassica ignoranza.

– Chi finge ingenuità di opinione quando, vere, vuole solo provocare. Merita la damnatio memoriae, nemmeno un intervento punitivo serio di chi ha la spiacevolezza di leggerli (o ascoltarli).

– Chi sguazza beato nella binarietà di genere della lingua italiana e la brandisce come prova della sua ragione con l’aria minacciosa con cui l’arcangelo Michele agita la sua spada di fuoco (spada di fuoco… mmm). Beceri!
Quando esisteva il neutro non c’era l’effetto serra, il petrolio abbondava a fiumi e ridenti laghi (sotto terra), il dodo non era estinto, non c’era il turismo sessuale che ha fatto la fortuna della Thai Airways (i bordelli sì, quelli sempre, ed erano, qual graziosa coincidenza, di genere neutro).

– Gli uomini eterosessuali (questi solo oggi, però).
Sapete che rimanete tra i miei giocattoli prediletti.

Quelle misère optique!

Je préfère fermer les yeux, parfois.

Titania’s Lullaby

Enter Titania, Queen of Fairies, with her train

TITANIA
Come, now a roundel and a fairy song,
Then for the third part of a minute hence:
Some to kill cankers in the musk-rose buds,
Some war with reremice for their leathern wings
To make my small elves coats, that nightly hoots and wonders
At our quaint spirits. Sing me now asleep;
Then to your offices, and let me rest.

FIRST FAIRY
You spotted snakes with double tongue,
thorny hedgehogs, be not seen;
Newts and blindworms, do no wrong;
Come not near our Fairy Queen.

CHORUS (dancing)
Philomel with melody,
Sing in our sweet lullaby;
Lulla, lulla, lullaby; lulla, lulla, lullaby.
Never harm
Nor spell nor charm
Come our lovely lady nigh.
So good night, with lullaby.

FIRST FAIRY
Weaving spiders, come not here;
Hence, you long-legged spinners, hence;
Beetles black, approach not near;
Worm nor snail do no offence.

CHORUS (dancing)
Philomel with melody,
Sing in our sweet lullaby;
Lulla, lulla, lullaby; lulla, lulla, lullaby.
Never harm
Nor spell nor charm
Come our lovely lady nigh.
So good night, with lullaby.

Titania sleeps

Fatico a immaginare, alle volte, quanto sia rasserenante, estetica, l’esperienza di addormentarsi cullati dalla consapevolezza di avere il controllo delle proprie azioni, dei propri pensieri, e sapere di essere ogni giorno ancora identici a se stessi. Forti del proprio ruolo, protetti dal proprio ruolo. Perché è questo che conta più d’ogni altra cosa, l’identità.

An entanglement of cobwebs hanging from the darkest corners of your mind.

Serpenti, sciogliete dal mio petto il vostro groviglio mortale, spire lucenti, nessuna verità.

Tritoni, allontanate le vostre lingue, doppie lingue, che in due modi carezzano la mia pelle nuda. Non raccontate, non confondete. Tacete.

Ragni, sparite. Le vostre trame impalpabili, venefici fili di seta, mi avvelenano il respiro, mi infestano i polmoni, mi sbriciolano dall’interno. Sparite. Be gone.

Né una luce vorrei veder scintillare tra le pieghe del cielo. Né un palpito d’ali far risuonare sordi sonagli al mio debole orecchio.

Cieca, sorda, insensibile voglio essere al mondo e all’esperienza. Così non temo. Così saprò amarmi.
Regine. Tutte regine. Solo regine.
E le corone, pesanti.