Parigi e non Parigi

Quando ero alla scuola elementare la maestra un giorno ci diede come compito quello di inventare un fumetto.
Il mio fumetto raccontava una storia molto semplice.

Ci sono la Tour Eiffel e il Big Ben nelle loro rispettive città, Parigi e Londra. Sono entrambi scontenti della loro vita e annoiati dal vedere le stesse cose ogni giorno. Così, un giorno, sapendo della reciproca esistenza, decidono di scambiarsi di posto. La tour Eiffel lascia Parigi per Londra, mentre il Big Ben va a Parigi. All’inizio tutto sembra meraviglioso, una nuova città, nuovi paesaggi, nuovi orizzonti, visi mai visti prima. L’eccitazione dell’avventura e della novità, tuttavia, svanisce presto: entrambi si accorgono di essere circondati da persone curiose e cordiali che purtroppo parlano una lingua diversa da quella che loro conoscono. ‘Bonjour!’ dicono i parigini al Big Ben; ‘Good Morning!’, i londinesi alla Tour Eiffel. Di lì a poco, l’entusiasmo dei due monumenti-viaggiatori si spegne: non conoscono la lingua di chi sta intorno a loro, non hanno modo di esprimersi, né voce, e vengono sopraffatti da un immenso senso di solitudine. E si ritrovano a pensare che, forse, Londra e Parigi non erano poi tanto male.

Ricordo di aver inventato la storia in poco tempo, di aver disegnato e scritto i dialoghi con impegno. Non sono mai stata molto brava a colorare, però; in questo mi hanno aiutata i compagni del mio gruppo.

Oggi mi accorgo di quanto di me ci sia in questa breve storia: l’amore per le lingue straniere, per i viaggi, per Londra (e per Parigi, la mia città fantastica sin dall’infanzia, per i viaggi immaginari e i giochi con la zia). La passione per la conoscenza, che mi ha sempre ispirata a migliorarmi senza sosta. E sempre mi rammenta di quanto ancora ci sia da fare. Ma, al tempo stesso, quel senso di enorme straniamento che mi ha accompagnata ogni giorno, da quando ho memoria. Una Tour Eiffel bambina in riva al Tamigi. Incomprensibile quando apre bocca, ridicola e goffa, oggetto di una curiosità crudele; incapace di capire cosa davvero vogliono dire (e vogliono da me) gli altri.

L’unico dettaglio che distingue me dai miei mastodontici eroi, forse, è che io non ho la nostalgia di un passato migliore cui guardare, ma ho sempre lo sguardo dritto davanti a me, in attesa di nuove scoperte. L’eterna ricerca è quello che ci accomuna. Chissà cosa sarebbe accaduto se, nel mio fumetto, invece di rimpiangere le rispettive città, i due monumenti-simboli avessero deciso di rifare la valigia alla volta di nuovi paesi.

[…] E poi sarà la volta di non so ancora cosa. Quel che so ora è che l’aver trovato linguaggi affini mi ha aiutata moltissimo a lasciarmi alle spalle seppur per qualche momento quell’insopprimibile senso di inadeguatezza, difficile da raccontare, ma sempre vivo nella memoria.