Sostengo il ddl405 (II)

Sono nata a Milano ventisei anni fa. Un bambino, maschio. O così almeno sosteneva il dottore che mi visitò appena nata. Ma la mia non è una storia di disforia. Come mia madre mi racconta spesso, appena nata continuavo fissare ostinata quel pediatra che mi girava e rigirava per svolgere gli accertamenti di rito, tanto che, finita la visita, il dottore si lasciò sfuggire: “Devo farvi i miei auguri, signori, questo bambino darà filo da torcere”. E così è stato: la mia non è una storia di disforia, ma di libertà e di lotta, di dignità e amore, seppur attraverso il dolore. Sono stata amatissima dai miei genitori, sempre divisi, loro malgrado, tra il desiderio di lasciarmi libera di esprimermi e il peso del giudizio degli altri, che trovavano scandaloso avere un figlio che “faceva la femmina” e lasciarglielo pure fare. Con loro ho vissuto serena, sapendo che ero meritevole di affetto come chiunque altro, pur essendo diversa, e questo mi ha resa la persona decisa che sono oggi. Il loro amore mi ha salvata dall’odio di me, dal vedermi sbagliata, portatrice di una “malattia”, dal desiderio di autodistruzione – che tuttavia, quasi inevitabilmente, per me come per tant* di noi, sono arrivati.

La vera malattia l’ho conosciuta nella compulsione dei miei coetanei a umiliarmi, demonizzare la mia differenza con scherzi crudeli, botte, violenze psicologiche, e nella complicità indulgente di adulti ed educatori. Il confronto con il mondo esterno era un dramma costante, che mi aveva gradualmente emarginata, irreparabilmente convinta che, per “quelli come me”, non ci fosse posto a questo mondo. Il dolore mi aveva divisa da me stessa, incapace di trovare le parole per raccontare chi ero, come mi sentivo, percepivo una rottura dentro di me. Come era possibile che la mia famiglia mi avesse amata tanto, se non ero che un fallimento, meritevole solo di scherno e umiliazione?

Mi ci sono voluti venticinque anni per guardare indietro e scoprire con meraviglia che, in realtà, non vedo nessuna rottura, ma una irriducibile continuità nella mia esistenza, che mi è stata restituita dalla mia scelta di affermare la mia identità. Quando a cinque anni pensavo al mio futuro da adulta, vedevo su per giù quella che sono ora (magari un po’ più sorridente), non certo quello che gli altri pensavano che avrei dovutoessere. Grazie all’educazione libera e amorevole che ho avuto in famiglia, non ho mai pensato che essere nata con certi genitali riassumesse e preordinasse in qualunque modo quella lunga serie di aspettative e norme che invece la società, presto o tardi, impone su tutti noi. Aspettative su chi dovremmo essere, cosa dovremmo fare nella vita, quali i ruoli a noi concessi, il linguaggio e le forme di espressione giuste per noi. Del resto, che cosa hanno mai saputo gli altri di chi ero io, cosa sentivo e desideravo per me? Alla fine, pur tra le violenze, la sofferenza della negazione e la gioia della scoperta di me, ce l’ho fatta, ho vinto le forze che volevano distruggere la mia verità del mio essere, espropriarmi di me stessa per obbedire a dettami che non ho mai sentito miei.

E, quando si arriva qui, ci si rende conto di quanto sia spontaneo, in realtà, essere noi stessi, di quanto lotta e sofferenza risiedano tutte nel combattere contro un modo che non comprende e non accetta. Per questo mi chiedo, e chiedo a tutti, perché, dopo queste lotte e conquiste, uno Stato dovrebbe negarmi la possibilità di vivere la continuità della mia vita, senza dover forzatamente dare spiegazioni ogni qual volta mostro il mio documento di identità? Perché dovrei essere obbligata a giustificare, scusare quasi, la mia esistenza agli occhi degli altri, quando per me non c’è niente di più sincero e giusto di ciò che vivo quotidianamente? Perché la mia identità deve essere violata ogni volta che qualcuno legge, scrive, chiama a voce alta un nome che non è mio, mentre io mi vedo costretta ad assicurare che non c’è errore, non c’è inganno, e tentare, spesso invano, di ristabilire in chi ho di fronte una fiducia ormai sbriciolata dal pregiudizio? E, dall’altra parte, perché, per porre fine a tutto questo, dovrei essere costretta a subire interventi chirurgici di cui non sento l’esigenza, volti unicamente a cancellare la mia individualità e omologarla a un modello imperante binario, sessita e genderista? Sono stanca di vedere la mia esperienza, insieme a quella di tante altre persone come me, messa a tacere e stigmatizzata, oppure strumentalizzata per scopi che non hanno niente a che vedere con il riconoscimento e la dignità delle persone trans*.

Ricordando le parole di un’amica molto cara, una delle persone più brillanti che abbia avuto l’immenso dono di conoscere, mi sento di poter dire che sogno una società in cui ognuno di noi sia libero di scegliere chi vuole essere, come vuole esserlo, e le persone che vuole amare, senza dover rendere nessuna giustificazione per le proprie scelte. Questo per me è vivere dignitosamente. E per questo ho firmato la petizione, e ho chiesto ai miei cari e ai miei colleghi di farlo insieme a me.

Per firmare la petizione a sostegno del ddl405: https://www.change.org/it/petizioni/per-l-approvazione-di-una-legge-che-tuteli-le-persone-transessuali?lang=it

Per sapere di più sul contenuto del disegno di legge 405:
Blog: http://disegnodilegge405.blogspot.it
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Twitter: http://twitter.com/ddl405

Sostengo il #ddl405 (I)

Mi chiamo Gabriella e ho 26 anni. Ho deciso di raccontare alcune cose di me e condividere alcuni pensieri per esprimere il mio sostegno al disegno di legge 405.

Sono nata e cresciuta a Milano, ma da diverso tempo vivo, studio e lavoro a Londra. Qui nel Regno Unito le cose funzionano diversamente in materia di riattribuzione anagrafica di genere e nome. Secondo la legge attuale è possibile, dopo due anni di vita “in transizione” (che deve essere debitamente certificata), fare domanda per ottenere una rettifica del proprio nome e genere, senza la necessità di sottoporsi a interventi di sterilizzazione chirurgica. Non essendo ancora cittadina inglese, tuttavia, i benefici di questa legislazione mi sono preclusi. Nonostante questo, e forse proprio per questo, ciò che non ha mancato di colpirmi è la radicale differenza culturale del paese che mi ha accolta, che si è presto manifestata nella quotidianità della mia vita. Anche con documenti non conformi all’identità in cui vivo, ho la grande fortuna di poter condurre una vita serena, frequento l’università senza problemi, vivo insieme a persone aperte e rispettose, e ho trovato lavoro con altrettanta facilità. Raramente, e mai a livello istituzionale, sento di essere stata discriminata in quanto trans*. Con i miei colleghi in università, e con diverse persone che fanno parte della mia vita, ho condiviso con naturalezza questo aspetto importante di me, e nessuno ha mai manifestato atteggiamenti discriminatori e ostili o, dall’altra parte, esternato certe considerazioni buoniste e paternalistiche fin troppo familiari a tante persone trans* – che altro non sono se non la versione ipocrita della censura diretta. Per loro, io sono semplicemente io, così come sono, pari in dignità e diritti, lodata per i miei meriti e incoraggiata a migliorare quando sbaglio. Questa sensazione di parità, di rispetto della mia differenza come qualcosa che non va demonizzato né imprigionato in uno stereotipo pietista, ma che fa parte della vita di tante persone, è ciò che mi rende più serena e mi fa sentire più accettata.

La mia vita di adesso, purtroppo, è molto diversa da quella che vivevo prima di trasferirmi. Lasciando l’Italia ho lasciato, mio malgrado, un paese di cui non sono mai riuscita a sentirmi parte, che mi ha cresciuta con un senso di continua e insopprimibile inadeguatezza, causandomi enorme sofferenza. Durante gli studi e la ricerca di lavoro dopo la laurea ho avuto tanti momenti di sconforto, ora per la totale mancanza di empatia o comprensione, ora per l’attenzione morbosa che mi veniva riservata, oppure, come penso sia capitato a tant* altr*, per la delusione di non essere valutata per le mie competenze, la frustrazione di non essere presa sul serio, l’umiliazione dell’ennesimo rifiuto alla vista di quel documento, che improvvisamente offuscava tutte le mie qualità. Mi sono trovata prigioniera di diverse forme di discriminazione, che nella nostra cultura si intrecciano e legittimano a vicenda: dal sessismo di una società ancora profondamente patriarcale, di cui molte donne trans* sono ugualmente vittima, alla transfobia di un sistema eterosessista e binario che vuole i generi due, opposti, immutabili e preordinati sulla base dell’anatomia genitale con cui si nasce (e quando con quella anatomia non si nasce, la si può sempre imporre con chirurgie di “normalizzazione”). Ho vissuto sulla mia pelle questo male sociale di proporzioni smisurate, che demonizza ogni varianza sotto l’egida di una presunta “normalità” a cui tutti – nessuno escluso – sono spinti ad aderire con grande sofferenza emotiva, fisica e psicologica.

Credo nel ddl 405 come un primo, decisivo passo nel contrastare questa violenza strutturale della nostra cultura, fatta di varie forme di oppressione e discriminazione, che gravano in maniera insostenibile sul benessere delle persone trans*. Questo disegno di legge, per me, è uno strumento per dare voce a una comunità marginalizzata e stigmatizzata, sovvertire decenni di silenzio impostoci da istituzioni mediche e legislative che, in forza di un’ideologia eteronormativa e sessista, hanno scritto per noi una storia che non ci appartiene, cancellando le nostre vite. Questo disegno di legge è, per me, uno strumento di contestazione.

Contesto la patologizzazione delle persone trans* e di ogni individuo che esibisca una forma di varianza di genere/sessuale fisica, psicologica, emotiva che sia, perché obbedisce a una norma imperante priva di un qualunque giustificazione etica. Contesto la fonte che legittima questa patologizzazione, ovvero una cultura che spaccia un organo genitale per l’identità di un individuo, che rende, anzi, l’anatomia genitale l’unica e definitiva dimensione dell’identità, attorno alla quale si costruiscono e si naturalizzano aspettative, comportamenti, ruoli che passano dall’essere descrittivi di una realtà vissuta all’essere prescrittivi di come si deve vivere. Maschio o femmina equivale a uomo o donna. E non solo. La cultura ci insegna anche come essere uomo o donna. Senza scampo, senza spazio per l’unicità dell’esperienza individuale. E, assieme alla prescrizione di come si devevivere da uomo o da donna, di cosa è proprio e lecito per un genere e non per l’altro, la cultura legittima ogni forma di punizione e violenza nei confronti di chi, in questo sistema normativo, non trova posto, non si conforma, perché non può e non vuole. Ma questa cultura può, e deve essere, cambiata. Non solo per restituire dignità alle persone trans*, ma per iniziare, seppur timidamente, un più vasto e ambizioso progetto di liberazione di ciascuno di noi.

Contesto questa violenza patologizzante, di sapore cattolico-moralista, che punisce la differenza considerando conquistata un’identità soltanto a seguito di interventi (fin troppo spesso si parla di un generico e unico “intervento”, ben lontano dalla realtà delle cose) dolorosi, invasivi e, nella sensibilità di tant*, mutilanti. Contesto la perversità di pensiero che sottende a questa imposizione, per cui la sterilizzazione chirurgica è il prezzo che dobbiamo pagare per la nostra devianza, per l’essere sbagliat* di fronte a una “norma naturale”, mentre il riconoscimento legale dell’identità in cui viviamo ci è magnanimamente concesso come premio di consolazione per essere stati neutralizzati. Contesto la voce dominante che racconta le nostre vite come disforiche, disfunzionali, luoghi di buio, confusione e tristezza a causa della nostra differenza. E, insieme a questa voce, la presunzione che la nostra sola prospettiva di felicità sia la normalizzazione all’interno di un sistema binario, che riafferma con forza, attraverso la manipolazione forzata dei nostri corpi, che la nostra identità è “autentica” solo se legittimata dall’anatomia dei nostri genitali – che, nello stesso paradigma binario e normativo, è l’unica strategia lecita per relegarci a certe prerogative sessuali che sono lo specchio di un più ampio e pervasivo sistema di dominio sociale e culturale.

Contesto l’invadenza di uno Stato e di una legge che strumentalizzano la sofferenza delle persone trans* per affermare il proprio stato di diritto, che letteralmente si insinuano nelle nostre mutande pretendendo di disciplinare una delle sfere più intime e delicate di ciascuno di noi, la nostra vita affettiva e sessuale (e non è certo l’unico esempio di questa invadenza patriarcale e moraleggiante, basta guardare alle controversie suscitate ancora oggi dalla legge 40).

Sono convinta che le persone trans* non facciano altro che rendere esplicite tutte queste operazioni normative che le istituzioni impongono a ognuno di noi. Perciò credo sia il momento giusto per contestare tutto questo, e credo che proprio le persone trans* abbiano la forza e il coraggio di iniziare questa battaglia, per le sofferenze e le discriminazioni che siamo abituat* ad affrontare ogni giorno. Attraverso questo disegno di legge, la nostra voce può iniziare a farsi udibile nel contestare questa violenza strutturale e risvegliare una società pigra e cieca nei confronti delle imposizioni che opprimono ciascuno di noi e ci tolgono la libertà di scegliere, di amare, di vivere.

Per firmare la petizione a sostegno del ddl405: https://www.change.org/it/petizioni/per-l-approvazione-di-una-legge-che-tuteli-le-persone-transessuali?lang=it

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#ddl405 (draft bill 405) to support of trans* and intersex rights in Italy

In occasion of the International Day Against Homophobia, Biphbia and Transphobia, we are launching this video to support a new draft bill (ddl405) for the rights of transgender and intersex people in Italy.

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Ddl 405 to support the rights of transgender and intersex people
We are campaigning to:
– stop forced surgery for transgender people to enable them to legally change their name and gender;
– ease off the bureaucracy and relieve the expenses of transition;
– prevent the unconstitutional annulment of marriage in case one of the spouses changes their legal gender;
– end mutilating surgeries on intersex infants.

What ddl405 entails in a nutshell:
– easing off the bureaucracy of transition, making the whole judicial procedure for the legal gender and name change unnecessary. Submitting an official document certifying the condition of gender dysphoria to the local authority will be sufficient to allow a legal change;
– providing a guardian for transgender minors to support them in the necessary legal procedures to obtain access to surgery and legal gender/name change. A guardian would also be provided in case parents oppose the minor’s stated intention to transition;
– ruling that the legal gender change will no longer entail the immediate annulment of an existing marriage, which will happen only according to the will of the spouses;
– banning mutilating surgeries on infants born with atypical genitals (intersex infants);
– making transition cost-free and launch a programme to raise awareness on gender identity issues among providers of public health services.

Currently transgender people in Italy are forced to undergo surgical sterilisation to obtain a legal change of gender and name. Many married transgender people are denied the right to remain married to their partners after they get legal recognition of their new gender. Hundreds of Italian intersex babies undergo mutilating surgeries each year, to conform the appearance of their genitals to society’s binary gender expectations. We are campaigning to stop all these violation of our rights. Help us by raising awareness, and supporting our petition http://goo.gl/HINmWI