Late conversations on Tomboy

I’m not surprised in the least that such a film might be considered troublesome, even more than other openly “political” or militant films. It is the truthfulness of its story, that reaches beyond any superimposed ideology of gender/sexuality, that makes it so dangerous; a sheer narrative, free from mystification, of what might be anyone’s childhood, with its endless experiments, its desires and ambitions regularly censored by adults, its need to “fit in” through cherished games and pastimes. All these aspects of childhood merely shown for what they are, in their beauty, complexity and sometimes even their contradictions. This why I think critics of the film who reclaim it as an “identity politics” story, trying to determibe who or what Laure/Mikaël is, might be or would become as an adult, completely miss the point. And this film is most dangerous precisely because of its blithe disregard of any form of identity politics, in that it suggests that our identities are fluid – and are validated both through what we feel “inside” of us and through the recognition we get from others. This fluidity, I believe, is what most unsettles certain heterosexist premises that aim to convince people that identity is monolithic, immutable, preordained and suggesting the contrary is perversion, sin, aberration… epithets vary according to the censor’s ideology. In truth, these heterosexist premises push people to give up their individuality and conform to expectations (from holding certain beliefs to buying certain products), stop wondering and asking questions, giving up to others the power to decide who we are, and who we wish to be.

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8 thoughts on “Late conversations on Tomboy

  1. cis o trans che sia, ogni modo di vivere la propria identità di genere è legittimo e autentico a prescindere da quanto sia statisticamente diffuso. E’ questo che i reazionari non capiscono

    1. Sono assolutamente d’accordo, e grazie per il prezioso commento. Il fatto è che, scardinando certi presupposti di ‘normatività’ negli orientamenti e nelle espressioni di genere, così come accade con femminismo, teorie queer, lesbian&gay studies, le rassicuranti logiche binarie maggioritario/minoritario = giusto/sbagliato (su cui si regge tutto il pensiero occidentale) restano l’unica speranza di imporre una gerarchia di genere/sessuale ormai evidentemente in crisi.

      1. maggioritario e minoritario ci saranno sempre, è dare a questo dato statistico un giudizio di valore giusto/sbagliato che è l’errore

      2. Questo è sicuro. Ma non solo; trovo che l’insidia ideologica più grande si nasconda nel pensiero binario in sé, su cui si modellano dicotomie quali maggiore/minore e molte altre che reggono il nostro modo di pensare. Indipendentemente dall’associazione di maggiore/minore con (moralmente) giusto/sbagliato, è spesso la stessa logica quantitativa (apparentemente pura o neutra) a facilitare e istituire legami di supremazia e subordinazione. Nella fattispecie dell’argomento del post, un discorso generico del tipo “I vostri diritti possono aspettare, ci sono questioni più importanti” è sicuramente nutrito da un pregiudizio reazionario che associa certi orientamenti/identità all’errore morale, ma è supportato anche da una convinzione che essendo certe persone “poche”, i loro diritti in fondo siano meno importanti. Non è un caso che si voglia spesso dicotomizzare “omo” come antitesi di “etero” o “trans” di “cis”, distogliendo l’attenzione da una fluidità di fondo di orientamenti ed espressioni del sé e concentrandola tutta su “chi è di più” e chi di meno e rendendo ogni categoria normativa e restrittiva, quindi più difficile da applicare all’esperienza vissuta. Il fatto che le categorie maggioritario e minoritario esistano da lungo tempo e continuino a esistere per molto ancora dovrebbe essere un incentivo a problematizzarle e indagare i significati che portano, che spesso sono celati dietro una apparente neutralità.

      3. .maggioritario e minoritario esistono, continueranno a esistere numericamente, non lo si può negare e non è di per sè una cosa negativa. E non vuol dire assolutamente che siccome le persone lgbt sono poche allora chissenefrega, chi crede che i diritti legali di unaminoranza non esistano è semplicemente un anti-democratico

    1. Certamente non sto negando l’esistenza del concetto numerico. Mi limito a sottolineare come in ogni antitesi binaria – anche in quelle all’apparenza neutrali, come maggioranza/minoranza – si possano celare rapporti di potere diseguali che promuovono uno stato di disuguaglianza tra le persone. Se lei personalmente non trova che il fatto che la comunità LGBT+ rappresenti una “minoranza” (bisognerebbe poi vedere fino a che punto è una minoranza numerica, e questo era appunto il senso del mio discorso sulla fluidità degli orientamenti) giustifichi una negazione dei loro diritti la cosa non può che rasserenarmi. Resta il fatto, però, che in Italia tanti discorsi “anti-LGBT+” si fondano proprio su un uso non puramente aritmetico/statistico ma politicamente connotato del binomio maggioranza/minoranza, e attraverso questi discorsi si rafforza uno stato di cose non positivo e inclusivo per la comunità LGBT+. In questo senso penso che un’antitesi come maggiore/minore possa essere interrogata in modo utile – non certo per negarne l’esistenza quantitativa, ma per riflettere su come tanta parte di ciò che crediamo oggettivo e neutrale, specie nell’ambito delle scienze sociali, abbia risvolti molto meno neutrali delle sue premesse.

      1. il fatto che le persone di colore siano una “minoranza” nel nostro Paese non è una ragione per togliere loro diritti, i valdesi sono pochi ma nessuno toglie loro i diritti di cittadinanza..lo stesso deve valere per le minoranze sessuali, se certe persone non lo comprendono o hanno scioccamente paura che i diritti delle minoranze tolgano qualcosa a loro è perchè non comprendono la democrazia

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